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Bernanke tranquillizza l’America, Krugman provoca l’Europa. Entrambi a fin di bene
“Molto dipende dal sistema finanziario. La storia insegna che finché il sistema finanziario è in crisi non può esserci una ripresa economica sostenuta. Abbiamo assistito a qualche progresso nei mercati finanziari, ma finché non saranno stabilizzati e non torneranno a funzionare normalmente, non vedremo alcuna ripresa. Abbiamo però predisposto un piano e credo che riusciremo [...]
16 marzo 2009
“Molto dipende dal sistema finanziario. La storia insegna che finché il sistema finanziario è in crisi non può esserci una ripresa economica sostenuta. Abbiamo assistito a qualche progresso nei mercati finanziari, ma finché non saranno stabilizzati e non torneranno a funzionare normalmente, non vedremo alcuna ripresa. Abbiamo però predisposto un piano e credo che riusciremo a stabilizzare la situazione, così da porre fine alla recessione già da quest’anno, con ogni probabilità. A partire dal prossimo anno, quindi, dovremmo assistere alla ripresa”.
Questa è stata la risposta ad una delle domande poste a Ben Bernanke, in una delle rarissime interviste rilasciate da un presidente della Fed. Ieri sera Bernanke è stato costretto, senza quasi, ad andare davanti alle telecamere di “60 Minutes”, per spiegare agli americani il perchè delle centinaia di miliardi di dollari utilizzati per aiutare quelle banche e assicurazioni che molti definiscono colpevoli dell’attuale finimondo.
Bernanke esclude ormai la possibilità che questa crisi si trasformi in una nuova ventinove, ma “il vero problema adesso è rimettere a regime tutto quanto come si deve”.
Alla domanda più spinosa, perchè ancora le banche si permettono bonus stellari e se ciò non è immorale, ha risposto diplomaticamente. ”L’epoca di chi viveva una vita al di sopra dei propri mezzi è finita. Oltre tutto, le banche devono essere responsabili, usare in modo costruttivo i loro soldi, avere un ragionevole senso di umiltà e trarre insegnamento da quanto è accaduto in questi ultimi 18 mesi”.
Ma l’obiettivo principale della trasferta televisiva era infondere tranquillità e sicurezza nei concittadini statunitensi: Bernanke ha fatto del suo meglio senza nascondere la realtà e con sincerità. ”La crisi inizierà a rallentare, assisteremo a una sorta di stasi. Non torneremo subito alla piena occupazione, ma mi auguro che alla fine di queste crisi così pesanti dell’ultimo paio di trimestri, la recessione si arresti”.
(traduzione di Anna Bissanti – copyright 60 minutes/Cbs)
Nel frattempo, uno degli economisti più conosciuti e letti nel mondo, Paul Krugman, dalle colonne del New York Times e da quelle del suo blog, ha la possibilità di scrivere ed esprimersi senza vincoli istituzionali. Attacca senza mezzi termini quello che fin qui hanno fatto i governi europei per fronteggiare questa crisi tanto chiacchierata. Li etichetta come non sufficienti e teme che possano rendere più inefficaci le misure americane. Boccia completamente e contemporaneamente politica fiscale e politica monetaria degli attori del vecchio continente. Ricorda che molti economisti, Krugman compreso, hanno considerato troppo limitati gli aiuti dell’amministrazione Obama; aiuti a stelle e striscie, però, che sono straordinariamente maggiori rispetto a quelli messi in campo dai governi europei.
Il premio Nobel per l’economia ha sparato pesanti critiche anche sulla Banca Centrale Europea. L’istituzione incaricata di governare la moneta nell’eurozona sarebbe colpevole di essersi mossa troppo in ritardo rispetto alla reazione dimostrata dalla Fed, e, anche qui, si rileva un rilevante minor coraggio in termini di numeri.
Krugman imputa buona parte dell’attuale lentezza e almeno parziale incapacità europea ad una scarsa leadearship politica e dirigenziale.
Come già affrontato su questo umile e attento spazio della rete, anche Paul Krugman sulla prima pagina del New York Times, punta il dito contro la maggiore debolezza e problema europeo. Anche questo professore, da oltreoceano, augura che la crisi venga concretamente presa non solo come l’occasione per rivedere e rafforzare le regole dell’economia. Gli europei hanno un altro motivo, e forse più importante, per poter “sfruttare” la crisi. Devono assolutamente approfittare per prendere coraggio e fare un notevole passo in avanti nella difficile soluzione della dicotomia tra unione economica ed unione politica europea. Ovviamente, anche perchè pure l’America ne trarrebbe vantaggio. Forse.













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