Il lavoro, in Italia.

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‘Le vie d’uscita dalla precarietà’ è la relazione di un incontro, organizzato da MicroMega nel gennaio scorso a Torino e vede impegnati nel dibattito Pietro Ichino, Stefano Fassina e Piergiovanni Alleva. “Ce l’avevano presentata come la panacea di tutti i mali legati all’alta disoccupazione del mondo giovanile (e alla disoccupazione tout court). Ci avevano detto [...]

22 agosto 2011

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1dd502c5863355f2 Il lavoro, in Italia.

‘Le vie d’uscita dalla precarietà’ è la relazione di un incontro, organizzato da MicroMega nel gennaio scorso a Torino e vede impegnati nel dibattito Pietro Ichino, Stefano Fassina e Piergiovanni Alleva. “Ce l’avevano presentata come la panacea di tutti i mali legati all’alta disoccupazione del mondo giovanile (e alla disoccupazione tout court). Ci avevano detto che questo era il modo davvero ‘al passo coi tempi’ per cavalcare l’onda di un’economia sempre più dinamica e innovativa. Ora che la premessa della flessibilità creativa’ si è tradotta nell’inferno della precarietà infinita come uscirne? Come riformare il mercato del lavoro italiano conciliando sicurezza, diritti e competitività?” Questa è la premessa al dibattito e a queste domande gli esperti del mondo del lavoro forniranno delle prospettive, delle risposte e delle soluzioni. Come si esce dalla precarietà? La prima freccia che coglie il segno è scagliata da Pietro Ichino il quale afferma: “Il nostro diritto del lavoro nella sua configurazione piena, costituita dal quinto del codice civile integrato dallo Statuto dei Lavoratori del 1970, oggi di fatto si applica soltanto a circa metà dei lavoratori in posizione di dipendenza sostanziale dall’azienda per cui lavorano. Per l’altra metà il diritto del lavoro è applicato in forma molto attenuata, con delle limitazioni significative, per esempio nelle piccole imprese fino a 15 dipendenti; o nel caso delle collaborazioni autonome continuative e dei lavoratori a progetto, oppure non si applica affatto, come nel caso delle partite iva fasulle”. Ci sono interi settori dell’economia italiana in cui non si assume più in forma regolare. Il dibattito, pubblicato in MicroMega, è molto complesso e sarà trattato prossimamente. Il lavoro precario, la disoccupazione non cambia le dinamiche solo all’interno del mondo occupazionale, ma, forse, anche all’interno della realtà sociale, contribuendo a creare un gap tra chi lavora in modo stabile e chi no, ma non per questo lavora meno, anzi. A volte si ha l’impressione che ci sia una doppia velocità: di quelli che hanno un lavoro stabile, come dipendenti o autonomi e di coloro i quali lavorano in modo precario, collaborativo, ecc. Cioè, si ha l’impressione che sia diventato principio discriminatorio o quasi anche l’avere o non avere un lavoro stabile. Il che fa pensare. Ci si chiede, infatti, se la crisi economica ci sia davvero o se sia solo per alcuni che devono lavorare fino allo sfinimento, mentre altri fanno anche i difficili con chi gli offre del lavoro. Tutto ciò non crea un buon clima di solidarietà e coesione sociale per lottare insieme, per un futuro migliore e per tutti.

Manuela.

Scritto da Manuela

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