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Il lavoro oltre lo spread
L’attuale organizzazione del sistema economico, la globalizzazione e la politica sono fattori correlati alla crisi di molti Paesi europei. I capitali dei privati, nei Paesi avanzati, vengono dislocati e investiti dove la manodopera costa poco. La politica pare abbia un ruolo di mediatrice tra gli interessi dei grandi investitori e delle banche e la richiesta [...]
12 agosto 2012
L’attuale organizzazione del sistema economico, la globalizzazione e la politica sono fattori correlati alla crisi di molti Paesi europei. I capitali dei privati, nei Paesi avanzati, vengono dislocati e investiti dove la manodopera costa poco. La politica pare abbia un ruolo di mediatrice tra gli interessi dei grandi investitori e delle banche e la richiesta delle masse di un livello medio di benessere garantito, in modo da non creare importanti disordini e rivolte contro questo sistema. Per risolvere la crisi, oltre ai complicati meccanismi della finanza mondiale, la prima cosa che viene in mente è il lavoro, perché è concreto. Ai Paesi in difficoltà la crescita dell’occupazione offrirebbe l’opportunità di camminare sulle proprie gambe poiché chi lavora paga le tasse. Per quanto riguarda l’Italia, i contributi fiscali di tutti sarebbero utili per azzerare il debito pubblico. Eppure, di occupazione se ne parla poco o si gira intorno su questioni di relativa importanza. La politica e i sindacati, sicuramente animati da buone intenzioni, si abbarbicano su posizioni ideologiche che impediscono il confronto aperto. Quando non sono animati da buone intenzioni difendono gli interessi dei loro elettori e il diritto al lavoro che vale solo per alcuni. Non molto tempo fa alcuni quotidiani, sulla scia dei contrasti che infervoravano il dibattito pubblico, proponevano ai lettori un quesito: Il lavoro è un diritto?. In Italia chi lavora, lavora. Chi non lavora fa i salti mortali per trovare un’occupazione. Ciò è dovuto alla crisi, ma anche alle eccessive garanzie e tutele di cui beneficiano alcune categorie di lavoratori. Altri lavoratori non hanno simili garanzie e ai disoccupati, se non facessero i salti mortali, toccherebbe restare disoccupati a vita. Neanche per idea, dovrebbe rispondere chi cerca un’occupazione che possa assicurare una vita dignitosa e fare in modo che l’animosità non rimanga un fuoco di paglia. Se il problema fosse la concretezza, il discorso sul lavoro potrebbe riportare gli interlocutori sul pianeta terra. Ma la concretezza non è il problema dei rappresentanti dei governi. Lo è solo per la cittadinanza rassegnata per comodità a salari minimi, correlati alle responsabilità di posti di lavoro intesi più come stipendifici che come luoghi in cui dimostrare impegno e professionalità. Il dibattito pubblico sul lavoro dovrebbe configurare la composizione della popolazione in età lavorativa come è realmente, facendo emergere capacità, risorse e debolezze, per sapere cosa abbiamo e metterlo a frutto. La valorizzazione del capitale umano, di cui si parla, ma non si fa abbastanza, potrebbe essere una delle vie di risalita per favorire lo sviluppo e un benessere che non sia solo materiale. L’inventario del capitale umano del Belpaese è un progetto che supera il dato contabile, le voci ‘dare e avere’. Significa impiegare le specificità di ciascun cittadino/a, responsabilizzarlo/a in vista della crescita, del bene comune e della realizzazione personale. Portare a compimento un programma simile significa mettere in atto le potenzialità di cui dispone il nostro Paese.
Manuela.













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