La crisi ricorda all’Europa la sua principale discrasia. Si colga l’occasione per costruire un governo politico europeo da affiancare a quello economico già esistente
La Germania «difenderà in ogni modo la coesione dell’euro e della Ue». Queste sono state le parole del portavoce di Angela Merkel. La Germania si è infatti convinta che un eventuale default di uno dei paesi appartenenti alla zona dell’euro provocherebbe danni immani soprattutto nei suoi riguardi. Lo stato tedesco è il principale creditore netto di flussi di capitali all’interno dell’Europa, quindi se, ad esempio, Irlanda e Grecia non riusciranno a pagare le cedole del proprio debito pubblico, la Germania sarebbe la nazione che ne subirebbe maggiormente le conseguenze, rischiando essa stessa un default. Ma, ovviamente, tutta l’eurozona sarebbe colpita, si provocherebbe un terremoto economico e monetario che andrebbe a minare dalle fondamenta la coesione fin qui raggiunta. Dunque la Germania ha compreso che il costo necessario per evitare il fallimento di alcuni stati, se mai sarà necessario a breve, sarà comunque minore di quelli che potrebbero essere i costi derivanti da uno scollamento dell’unità monetaria e addirittura economica.La Merkel sta, quindi, lavorando su due binari, con l’assistenza di un’attività diplomatica che in queste ore sta facendo gli straordinari. Da un lato, mantenere l’unità economica conquistata dagli anni novanta ad oggi, cercando di realizzare una politica economica il più possibile uniforme. Dall’altro, fare di tutto per evitare anche la minima perdita all’interno dell’unione monetaria; qualsiasi addio all’Euro, anche il più periferico, potrebbe essere fatale per il progetto di moneta unica cui si è lavorato per tutta la seconda metà del secolo scorso.
Gli spread sui tassi d’interesse di Austria, Grecia e Irlanda stanno aumentando da mesi, e ciò è preoccupante. L’Irlanda patisce la grave recessione che aggrava un disavanzo già difficile da finanziare. L’Austria soffre i numerosi legami con i paesi dell’est Europa. La Grecia è danneggiata da entrambi i problemi: dimostra poca determinazione nel correggere e superare gli squilibri della negativa situazione debitoria e una preoccupante esposizione bancaria sui paesi della penisola balcanica.
A questo punto viene da riflettere su un paradosso. Se da un lato, l’Europa può aiutare i paesi dell’Est finanziandoli senza andare contro le regole che si è data negli anni, allo stesso tempo non può aiutare se stessa. La clausola di no-bailout (art. 103) impone che nessun Paese della zona euro può essere salvato dagli altri membri. Questa costituisce una colonna portante della struttura istituzionale dell’euro, perché rende vincolante l’impegno alla serietà e al rigoroso rispetto del Patto di stabilità. Ecco perchè i problemi che vengono da est non destano la maggiore preoccupazione.I nervi europei sono in tensione soprattutto a causa dei partner interni. E c’è da fare dei distinguo. Mentre ‘Irlanda sta rispondendo alla crisi adottando forti misure di controllo dei conti, senza preoccuparsi delle proteste di piazza, in ben altra situazione si trova il Governo greco. L’esecutivo del paese dove nacque la democrazia è alla vigilia di nuove elezioni politiche, in relazione alle quali parte molto favorita l’attuale opposizione. Ciò spiega, più che in parte, il perchè il governo greco sta, a differenza dell’Irlanda, portando avanti una politica economica molto pericolosa, una politica economica chiaramente “di espansione” senza freni delle spese correnti, per evitare un ulteriore riduzione del consenso avendo, appunto, in testa le urne elettorali. Così il deficit fiscale è fatto crescere a fronte di un deficit delle partite correnti pari al 14%, che sta facendo urlare “allarme rosso” al governatore greco. Il problema per l’Europa è, quindi, non tanto decidere se è giusto e utile evitare il fallimento dei piccoli in termini generali; ma la questione vera è evitare che si crei un precedente dannoso per le sorti del futuro europeo, per cui si cominci ad aiutare anche chi se ne frega di metterci del suo e non si preoccupi per nulla di praticare politiche sane e rispettose dei vincoli dell’unione.
Ancora una volta il nodo viene al pettine e molti credono che, di nuovo, verrà sciolto temporaneamente, senza preoccuparsi che si riformerà ancora in futuro. Il nodo da sciogliere è la creazione di un’istituzione politica europea unitaria che, naturalmente, non distrugga la ragion d’essere e l’indipendenza dei vari governi nazionali, ma che in situazioni come questa, diventi l’unico attore protagonista e degno di parola, poichè l’unico in grado di risolvere questioni complesse. Un governo d’Europa che garantisca l’efficienza del governo economico centrale in quanto, se necessario, risulta capace di agire senza i condizionamenti provenienti dalla pancia dei diversi popoli, del seppur piccolo, vecchio continente. La stessa proposta scritta su Messaggero e Finanzial Times da Romano Prodi, e condivisa pienamente dal ministro Tremonti, porta in questa direzione. “L’emissione di titoli del debito pubblico a livello europeo, che si affianchino e non sostituiscano i buoni del tesoro dei singoli paesi”, imposti dalla crisi come una delle misure da sperimentare per uscirne, potrebbe essere il primo passo verso un’Europa più forte e meno paradossale.










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