La forza-lavoro ai tempi del libero mercato.

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Nel tentativo di indagare la plausibilità dell’ipotesi di rimozione collettiva formulata per capire l’impasse degli italiani di fronte alla carenza di riforme efficaci in ambito di politica economica e del mercato del lavoro abbiamo inserito questa voce nel motore di ricerca di internet. Il concetto di rimozione collettiva si collega alla II guerra mondiale, all’Olocausto [...]

2 maggio 2011

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ddc0b435648a1448 La forza lavoro ai tempi del libero mercato.Nel tentativo di indagare la plausibilità dell’ipotesi di rimozione collettiva formulata per capire l’impasse degli italiani di fronte alla carenza di riforme efficaci in ambito di politica economica e del mercato del lavoro abbiamo inserito questa voce nel motore di ricerca di internet. Il concetto di rimozione collettiva si collega alla II guerra mondiale, all’Olocausto e al proletariato italiano. Una mostra fotografica, ad esempio, nel 2009, documentava la fabbrica di Dalmine, società italiana, per la produzione di tubi d’acciaio, dove è atto una rimozione collettiva: gli operai hanno dimenticato la loro appartenenza di classe e, trascinati dalle regole del mercato, tendono ad omologarsi alle altre classi sociali. In sostanza, la classe operaia, non solo a Dalmine, è stata fagocitata dalla classe media e insieme hanno prodotto un ibrido. Il proletario, che consapevolmente, era un portatore di forza-lavoro (l’insieme delle risorse fisiche e conoscitive di un individuo), ha perduto il possesso del bene forza-lavoro e lo vende senza limiti di tempo nel mercato della new economy dove le aziende reclutano persone e forniscono loro tutti i confort, facendole sentire come ‘a casa loro’. Di fatto il lavoro si appropria della vita degli individui. Per il sistema capitalistico che cerca forza-lavoro a basso prezzo, questa è una logica conseguenza. La lotta di classe, dunque, è importante, altrimenti il lavoratore si trova con le spalle al muro. Ma è possibile fare una lotta di classe senza più una classe che prende le distanze dalla logica capitalistica? Per capire come il capitalismo moderno camuffa le disuguaglianze che crea riportiamo un brano del libro “Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea” di Stanley Choen, che tratta il meccanismo di rimozione collettiva e diniego nell’ambito della società: “Il libero mercato del tardo capitalismo, per definizione un sistema che nega la propria immoralità, genera le sue culture del diniego. Molte persone diventano superflue e marginali: chi ha perso una specializzazione, chi non l’ha, il povero che affonda; il vecchio che non lavora più, il giovane che non riesce a trovare lavoro; il massiccio spostamento di intere popolazioni di emigranti, chi chiede asilo politico, i profughi. La ‘soluzione’ a questi problemi ora riproduce la condizione del diniego. La strategia è l’esclusione e segregazione: enclavi di perdenti […], separati da enclavi di vincenti, nei loro centri commerciali sorvegliati, nelle comunità recintate o nei villaggi per pensionati”. Se il mondo si divide in vincenti e perdenti, se il criterio per essere vincenti lo decide solo un gruppo di persone senza essere mai naturalmente osteggiato nel tentativo di espansione e di arricchimento, allora l’avversario e l’arbitro sono la stessa persona, anzi la definizione di avversario si stempera nel baluginio, per fortuna, sempre più falso, creato dalla società dei balocchi. La soluzione può essere nella partecipazione sociale e politica: uno strumento di protesta, importante perché offre la possibilità di negoziare le proprie posizioni.

Scritto da Manuela

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