Lavoro femminile e sviluppo post-unitario.

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Sibilla Aleramo Abbiamo visto alcune caratteristiche del lavoro femminile tra Ottocento e Novecento. Qui, vogliamo offrire degli spunti, anche se occorrerebbe un’analisi approfondita, perché non si dirà mai abbastanza del contributo che il lavoro femminile ha offerto allo sviluppo economico italiano posteriore all’Unità d’Italia. L’invisibilità sociale a cui sono state condannate le donne, ben evidenziata [...]

6 giugno 2011

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aleramop Lavoro femminile e sviluppo post unitario.Sibilla Aleramo

Abbiamo visto alcune caratteristiche del lavoro femminile tra Ottocento e Novecento. Qui, vogliamo offrire degli spunti, anche se occorrerebbe un’analisi approfondita, perché non si dirà mai abbastanza del contributo che il lavoro femminile ha offerto allo sviluppo economico italiano posteriore all’Unità d’Italia. L’invisibilità sociale a cui sono state condannate le donne, ben evidenziata dalla Mozzoni, scrittrice, politica ed emancipazionista dell’epoca, è frutto di condizioni di ‘tutela’ del lavoro femminile che servivano più che altro a ricacciare in casa la donna, costringendola in aree di lavoro marginali chiuse ad ogni regolamentazione statale. “Inoltre, la limitazione delle donne nell’industria, nei modi in cui veniva indotta, significava aprire al pieno sfruttamento quando questo avvenisse altrove: nel lavoro domestico,  in quello a domicilio, nel coadiuvantato familiare e nella piccola azienda. Della fatica quotidiana frutto di antichi rapporti di subalternità nessuno voleva occuparsi […] e tutti quelli che negavano alle donne il lavoro salariato, per lasciare loro quello domestico finivano per trovare naturale ogni altra forma di sfruttamento di lavoro. Le caratteristiche del lavoro femminile, la marginalità, la dequalificazione furono ampiamente funzionali allo sviluppo economico posteriore all’Unità d’Italia. E’ ormai convinzione diffusa che l’Italia abbia conseguito una via di sviluppo economico solo in parte comune ad altre nazioni […] fortemente caratterizzata da una singolare lunghezza del periodo di separazione delle attività agricole da quelle industriali da una rilevanza e da una persistenza del lavoro a domicilio e in generale del lavoro sommerso e marginale. Sono queste caratteristiche che vanno messe in relazione con i ruoli giuridici, sociali e psicologici della popolazione femminile e anche con quelli elementi di autonomia e di ingegnosità messi in opera dalle donne” (Il lavoro femminile: emancipazione, fatica-obbligo, indipendenza’, in ‘La società dall’800 al 2000. Donne e uomini cambiano il lavoro e la scuola’, a cura di Liliana Di Ruscio e Laura Francescangeli, 2001). L’Italia ha potuto svilupparsi nella produzione di beni di consumo e essere competitiva perché aveva la manodopera adatta. Questa scelta non è stata sinonimo di arretratezza, per mancanza di innovazioni tecniche, ma era determinata dal tipo di manodopera da utilizzare. Manodopera che deve adattarsi ad un settore e a un mercato mutevole e deve possedere una grande flessibilità. L’insieme di queste condizioni ha portato gli imprenditori del tempo a sviluppare un tipo di industria che richiedeva manodopera rurale,  stagionale e lasciava ampio spazio alla piccola impresa. In questa prospettiva le donne erano l’ideale come forza-lavoro. “Da questa impresa scaturì la base della rivoluzione industriale che decretò l’abbandono del paternalismo aziendale, dei laboratori, della micro-imprenditorialità”. Nasce così la grande fabbrica e prende il via la grande concentrazione di capitali, lo sviluppo della tecnologia. Dunque, tutto ciò è stato possibile perché c’era forza-lavoro femminile, un mercato di lavoro ‘marginale’. Vedremo la differenza tra lavoro maschile e femminile. Intanto poniamo un’ipotesi di confronto tra il concetto di flessibilità e la funzionalità che aveva allora e la flessibilità lavorativa così come è stata attuata oggi tenendo presenti quali sono le conseguenze per le donne.

Manuela.

Scritto da Manuela

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