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Lavoro: rigenerazione, crescita e opportunità.
Ermanno Rea, giornalista e scrittore ne “La fabbrica dell’obbedienza. Il lato oscuro e complice degli italiani” pubblicato di recente, ci parla del pensiero di Bernardo Spaventa, filosofo, vissuto tra la prima e la seconda metà dell’Ottocento gli scritti del quale sono stati raccolti in ‘Rinascimento, Riforma e Controriforma’, la cui lettura lascia la porta aperta [...]
19 giugno 2011
Ermanno Rea, giornalista e scrittore ne “La fabbrica dell’obbedienza. Il lato oscuro e complice degli italiani” pubblicato di recente, ci parla del pensiero di Bernardo Spaventa, filosofo, vissuto tra la prima e la seconda metà dell’Ottocento gli scritti del quale sono stati raccolti in ‘Rinascimento, Riforma e Controriforma’, la cui lettura lascia la porta aperta alla speranza di rigenerazione che nessun essere umano ha il diritto di negare in maniera radicale a sé e agli altri”. Tra il Trecento e il Cinquecento con l’Umanesimo e il Rinascimento ci fu una lunga stagione di gloria che poi si spense tra i roghi e le altre forme di violenta repressione, “la Controriforma espulse dall’Italia l’homo novus appena plasmato sostituendolo con un suddito deresponsabilizzato, vera e propria maschera della sottomissione e della rinuncia a ogni forma di autonomia di pensiero. L’autore si domanda se siamo condannati ad essere per l’eternità figli della Controriforma, domanda che pose anche B. Spaventa: “L’esperienza dell’Inquisizione ha segnato, anzi manipolato il nostro carattere, il che a me pare non soltanto un’innegabile mostruosità, ma anche una di quelle spine di cui nessuno ama parlare: il silenzio come cancellazione del peccato”. La Storia e le istituzioni forgiano un popolo, dunque è bene interrogarsi su chi fossero prima della Controriforma gli italiani. La Controriforma, secondo B. Spaventa, incontrò negli italiani un materiale umano nient’affatto malleabile, come sta a dimostrare la vicenda di Giordano Bruno, che muore sul rogo convinto che la libertà di giudizio è tutto e senza libertà di giudizio la vita non è più un bene, non vale nulla […]. Ma aggiunge Spaventa, “non sono gli eroi a tessere il filo della storia, sono i muscoli. Così accade che gli italiani furono costretti a vivere l’esperienza di una sottomissione di cui continuano a pagare le conseguenze, attraverso quel divieto di pensare in proprio che si trasformerà ben presto in conformismo coatto e cortigianeria”. Dunque, l’autore propone la riscoperta del cittadino responsabile, l’uomo rinascimentale per protestare contro qualsiasi forma di sanzione che imbriglia il libero pensiero, sottratto al popolo italiano e che però molti hanno ereditato e custodito. Dunque si pone la questione della rigenerazione da un punto di vista culturale, politico e sociale, propriamente come promozione delle nuove generazioni come persone, menti e corpi adulti. In Italia, come in altri paesi del Mediterraneo, assistiamo ad una nuova forma dell’ambivalenza culturale definita ‘stallo generazionale’, all’opposto del salto generazionale che riguarda la transizione all’età adulta. “Suo scopo è quello di evitare e persino denegare il dolore che la transizione comporta per le generazioni precedenti, ma anche di ritardare il più possibile il salto generazionale dal punto di vista sociale. Sullo scenario sociale è infatti rilevabile una vera e propria scissione tra autorealizzazione della persona e il suo concreto impegno sociale e politico. Ne soffre così, e come, la generatività sociale” (‘Il famigliare. Legami, simboli e transizioni’, E. Scabini, V. Cigoli), cioè lo scambio di valori e orientamenti atti a vivificare la società, a nutrirne l’humus ponendo come base la fiducia nei legami tra individui. A rilanciare il concetto di rigenerazione sociale e il valore delle persone in crescita è anche il libro pubblicato di recente:“Senza una donna. Dialogo su potere, famiglia e diritti nel paese più maschilista d’Europa”, di F. Pierina e A. Mosca, che parla di ‘conservazione collettiva’ nel funzionamento del mondo lavorativo in cui ci sono due realtà: quella dei lavoratori super tutelati e quelli non tutelati affatto. Soprattutto le donne si ritrovano a far parte di quest’ultima categoria di lavoratori e che appena possono si lanciano su un lavoro che offre maggiori garanzie sociali, ma che non corrisponde alle proprie inclinazioni. Si concretizza così la dicotomia tra vita e lavoro dove quest’ultimo diventa uno stipendificio che produce soldi utilizzati per ottenere gratificazioni che il lavoro non offre. “L’elemento paradossale, poi, è che per come si è configurata la nuova economia la maggiore produttività si ottiene attraverso la riduzione degli spazi tra vita e lavoro”, attraverso l’uso creativo delle proprie capacità. Dunque in Italia, dove il modello della casalinga è ancora prevalente, “l’impiego femminile resta un secondo lavoro, […] ma le donne si sentono persone, coltivano specifici progetti di vita e di realizzazione attraverso il lavoro esattamente come gli uomini; […] Tuttavia, la società vede le donne comunque come soggetto destinato ad altro, al matrimonio, alla maternità, alla famiglia e quindi ‘lavoratrici per caso’, in attesa di compiere il proprio destino biologico”. La tesi conclusiva esposta nel testo è un’esortazione: “L’Italia può essere salvata da un grande condiviso patto generazionale che vede i padri e madri scambiare un pezzetto delle loro garanzie acquisite con uno squarcio di speranza per i figli e le figlie”. Significa che le generazioni precedenti devono lasciare spazio alle nuove in tutti gli ambiti del sociale, affinchè si compia il salto generazionale, rigenerativo per tutto il paese. Occorre che i giovani, tutti i lavoratori e le lavoratrici precari e disoccupati formino gruppi e associazioni, in alternativa alle organizzazioni sindacali e protestino in modo civile per confrontarsi con il Governo e chiedere che sia applicata in modo corretto la normativa sul mercato del lavoro e che ci siano tante opportunità di lavoro quanti i titoli di studio e che si valorizzi il capitale umano di ognuno. Il discorso è molto complesso, ma, a grandi linee, volevamo offrire una prospettiva ‘nuova’ da cui osservare le problematiche inerenti alla crisi occupazionale ed economica che c’è nel nostro paese. Una prospettiva in cui siamo protagonisti e responsabili delle nostre aspettative e progetti di vita. Gli ostacoli allo sviluppo che spesso vengono identificati con variabili macroeconomiche: produttività del lavoro, debito pubblico, ecc sono problematiche che non possiamo risolvere. Noi, possiamo, però, fare del nostro meglio per cambiare e migliorare questo paese, con l’impegno e la serietà nel lavoro che sono attitudini importanti perchè offrono la possibilità di chiedere e protestare per ottenere ciò che è giusto.













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