‘Le vie d’uscita dalla precarietà’

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Nel dibattito: ‘Le vie d’uscita dalla precarietà’, pubblicato in ‘MicroMega’ 4/2011, Pietro Ichino risponde agli interventi di Stefano Fassina e Piergiovanni Alleva e mette in luce innanzitutto la disparità di trattamento all’interno del lavoro dipendente in cui ci sono categorie garantite e altre che lo sono molto meno. Poi, sottolinea l’importanza di una riforma della [...]

25 agosto 2011

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298db254889ef040 Le vie duscita dalla precarietàNel dibattito: ‘Le vie d’uscita dalla precarietà’, pubblicato in ‘MicroMega’ 4/2011, Pietro Ichino risponde agli interventi di Stefano Fassina e Piergiovanni Alleva e mette in luce innanzitutto la disparità di trattamento all’interno del lavoro dipendente in cui ci sono categorie garantite e altre che lo sono molto meno. Poi, sottolinea l’importanza di una riforma della legislazione in materia di lavoro. “Lo Statuto dei lavoratori è stato scritto in un’epoca in cui era normale entrare in fabbrica a 16, 18, 20 anni e restarci per i successivi 40 facendo lo stesso lavoro, producendo lo stesso prodotto sempre nello stesso modo e nello stesso luogo. Il ritmo di obsolescenza delle tecniche applicate si misurava in decenni, così come in decenni si misurava la vita normale delle aziende. Oggi è normale che un’azienda abbia una vita inferiore ai dieci anni; e il ritmo di obsolescenza delle tecniche applicate si misura in mesi. In un quadro di questo genere bisogna incominciare a considerare normale che una persona nel corso della sua vita professionale si possa trovare a dover cambiare lavoro molto più frequentemente di quanto non accadesse a un giovane che si affacciava sul mercato del lavoro quarant’anni fa”. Per Ichino occorre, dunque, adeguare la struttura delle tutele a una realtà radicalmente cambiata. La proposta è di stabilire che tutti i rapporti di lavoro siano regolati secondo una nuova disciplina: “una disciplina che possa davvero essere applicata a tutti”. Una disciplina che grantisca la tutela della reintegrazione nel posto di lavoro, contro i licenziamenti discriminatori e contro i licenziamenti disciplinari ingiustificati (cioè quelli nei quali il datore di lavoro non sia in grado di dimostrare la mancanza grave commessa dal lavoratore); dove invece si tratti di licenziamento determinato esclusivamente da motivi economici od organizzativi (dunque, tutti i casi di carattere non disciplinari, nei quali il giudice non ravvisi la discriminazione), l’idea è quella di sostituire il controllo giudiziale del motivo con una costosa responsabilizzazione dell’azienda per la sicurezza economica e professionale del lavoratore nel passaggio dalla vecchia alla nuova occupazione. In concreto: per tutti un’indennità di licenziamento, pari a una mensilità per un anno di anzianità, e, per i lavoratori con almeno due anni di anzianità di servizio, un trattamento complementare di disoccupazione che porti il trattamento complessivo al 90 per cento dell’ultima retribuzione per il primo anno; se entro questo primo anno la nuova occupazione non si trova, e il lavoratore ha tre anni di anzianità di servizio, indennità pari all’80 per cento per il secondo anno di disoccupazione; poi 70 per cento per l’eventuale terzo anno di disoccupazione, per i lavoratori con anzianità di sevizio maggiore”. Questa disciplina dovrebbe essere applicata a tutti i lavoratori dipendenti definiti tali secondo nuovi criteri per eliminare la definizione e la realtà del precariato. “In sintesi, per tradurre in uno slogan questa proposta di riforma, la si potrebbe sintetizzare così: d’ora in poi tutti i nuovi assunti a tempo indeterminato (perché in questo quadro non si ammetterebbero più le varie forme di lavoro precario che caratterizzano il mercato del lavoro attuale, eccezion fatta per le specifiche esigenze di lavoro stagionale, o di sostituzione per malattia, ecc.), tutti con le protezioni essenziali, ma nessuno inamovibile”. Sembra un sogno, ma può essere realtà: si parla davvero di lavoro, magari quello che ci piace, garantito e valorizzato.

Manuela.

Scritto da Manuela

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