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‘L’economia della conoscenza, oltre il capitalismo’
Una trasformazione è in atto da tempo nel sistema economico dei paesi occidentali. Le difficoltà che presenta l’attuale sistema capitalista ha portato ad elaborare un nuovo sistema economico basato sul concetto di economia della conoscenza. Nell’economia della conoscenza, il valore si concentra nel territorio delle idee e sulla produzione di senso. Ad esempio i significati [...]
4 agosto 2011
Una trasformazione è in atto da tempo nel sistema economico dei paesi occidentali. Le difficoltà che presenta l’attuale sistema capitalista ha portato ad elaborare un nuovo sistema economico basato sul concetto di economia della conoscenza. Nell’economia della conoscenza, il valore si concentra nel territorio delle idee e sulla produzione di senso. Ad esempio i significati prodotti nella rete, in internet soprattutto. E se il valore è nel significato “generato da chi lo produce e riconosciuto da chi acquista, allora, teoricamente il baricentro si sposta dal mondo del capitale a quello della persona. E alla dinamica della competizione si affianca, profondamente, la dinamica della collaborazione. L’avvento dell’economia della conoscenza implica una grande trasformazione nelle forme di proprietà, dell’organizzazione produttiva, del rapporto tra pubblico e privato. E cambiano il concetto di scarsità, che non si applica più soltanto ai mezzi, ma anche alle molteplici dimensioni della relazione umana: fiducia, attenzione, comprensione”(‘L’economia della conoscenza oltre il capitalismo’, Enrico Grazzini, Prefazione di Luca De Biase, 2008). Il ‘prezzo’ la valuta di scambio, senza parlare di merci, è il sapere, le idee prodotte e condivise. Un sistema economico, dunque, che cambia anche l’humus in cui avviene lo scambio, cioè il sistema di relazioni, la rete, il network e che si basa sulla fiducia e sulla reciprocità in cui fruitori e produttori di beni, idee-conoscenza, tendono a coincidere. I ‘beni comuni sono definiti tali perchè difficilmente privatizzabili e hanno carattere non esclusivo né competitivo, poiché chi trasmette conoscenza non se ne priva. Inoltre, rispetto ai beni ‘materiali’ prodotti dal sistema capitalistico, hanno bassi costi di riproduzione e si producono grazie alla comunicazione e alla cooperazione volontaria. L’economia della conoscenza si è sviluppata durante una fase avanzata del sistema capitalista e, in questo percorso, le innovazioni tecnologiche hanno svolto un ruolo chiave, contribuendo anche a modificare la struttura sociale strettamente connessa al modello capitalista. Il nuovo sistema, infatti, genera una nuova ‘classe’: i lavoratori della conoscenza, cioè “tutti quelli che hanno ricevuto un’istruzione formale di medio e alto livello. Per noi i lavoratori della conoscenza non sono più un ceto o uno strato sociale, bensì una vera e propria classe che controlla il principale mezzo di produzione dell’epoca attuale, ovvero le conoscenze, e che rappresenta la fonte del valore nelle economie avanzate”. Lo sviluppo di questo nuovo sistema economico invita a riflettere sui fondamenti stessi dell’economia e pone nuove sfide alla comprensione delle strutture e delle tendenze economiche e sociali. Tuttavia, il nuovo modo di produrre conoscenze entra in contraddizione con il modo tradizionale di produzione dei beni materiali. “Internet, il free software, Wikipedia, l’open source sono le prime importanti e concrete dimostrazioni del successo delle nuove modalità di produzione. Queste sono promosse e gestite in autonomia dai lavoratori della conoscenza sostanzialmente fuori dalle gerarchie aziendali e dal mercato, ma si stanno dimostrando molto più innovative ed efficaci del modo di produrre tradizionale, basato invece sulle gerarchie di potere, sull’autorità e sul segreto, sulla competizione accanita e sui diritti esclusivi di proprietà intellettuale”. Il che non vuol dire che il bene-conoscenza non debba essere valorizzato, ma indica una contraddizione insita nel capitalismo che da una parte incita lo sviluppo dell’innovazione e la produzione di conoscenze e dall’altra frena la loro creazione e diffusione, “perché non riesce a rispettare la natura sostanzialmente non proprietaria e non esclusiva della conoscenza”, cioè la sua non trasformabilità in merce. “Il capitalismo è molto efficace per produrre beni materiali in grande quantità, ma nel contesto dell’economia della conoscenza e dell’intelligenza collettiva si può dimostrare inefficiente e insufficiente. Il modo cooperativo di produzione delle conoscenze è più adeguato e produttivo”. Infatti, il sistema capitalista tende a standardizzare il bene-conoscenza, riducendone il valore per mezzo del sistema mediatico, della drammatizzazione e spettacolarizzazione del reale rappresentato secondo stereotipi che ne banalizzano la complessità e molteplicità di significati, oppure creando i ‘monopoli’ del sapere, attraverso l’estensione del sistema della proprietà intellettuale, appunto, sapere che sono pochi a divulgare e a definire. Parleremo dell’economia della conoscenza, delle opportunità che genera, dei cambiamenti nella società e nel sistema produttivo per capire quali sono le possibilità e compiere il passaggio verso l’ipotizzata ‘epoca della conoscenza’. E della definizione di cultura che ne scaturirà: un elemento della società che si muove da sempre a ritmi lentissimi e ora è sottoposto a sollecitazioni e velocità di aggiornamento mai visti. Importanti sono anche le conseguenze sociali: “lo scollamento dei gruppi dotati di diversi tratti culturali, a loro volta segnati dalle diverse capacità di adattamento al nuovo paradigma, appare un problema antropologico di immensa portata. La conflittualità sociale legata ai diversi modi di comprendere, interpretare, vivere il presente e le sue dinamiche resta endemica”. Ma ciò rappresenta una sfida che le società evolute dovrebbero saper cogliere e affrontare perchè può migliorarle.
Manuela.













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