Mafia ed economia italiana.

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  Per offrire degli spunti e capire il motivo per il quale, quando si parla di crisi economica, in Italia, non viene quasi mai menzionata la criminalità organizzata come fattore che influenza l’economia, forse, dobbiamo prima sapere perché la mafia, in Italia, non è stata ancora sconfitta. Nel 1992 il nostro Paese ha corso il rischio di diventare “un [...]

22 luglio 2011

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320af060ede0d22a1 Mafia ed economia italiana.

Per offrire degli spunti e capire il motivo per il quale, quando si parla di crisi economica, in Italia, non viene quasi mai menzionata la criminalità organizzata come fattore che influenza l’economia, forse, dobbiamo prima sapere perché la mafia, in Italia, non è stata ancora sconfitta. Nel 1992 il nostro Paese ha corso il rischio di diventare “un narco-Stato, una specie di Stato mafia” (‘Le due guerre. Perché l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia’, Gian Carlo Caselli, 2009), caratterizzato dalla presenza di un potere criminale stragista. “Perché è chiaro che dietro le stragi di Capaci e di Via D’Amelio ci fu anche un disegno politico, quale ancora non lo sappiamo e forse mai lo sapremo”. Dopo le stragi il Paese,  riuscì a risollevarsi grazie ad un immenso sforzo collettivo, un esempio di unità nazionale. Allora, contro l’attacco  mafioso si realizzò un’unità di tutte le forze politiche e la prova di questo fu l’unanimità con la quale furono approvate due leggi fondamentali: quella sui pentiti e quella sul 41bis, il carcere duro per i mafiosi. Infatti, la detenzione di quei criminali, fino a quel momento era consistita in pranzi a base di aragoste e champagne. Invece, dopo, il carcere diventò una cosa seria, e per quella gente si poneva il problema di uscirne con il minor danno, sfruttando anche gli spazi offerti dalla legge sui pentiti. Dunque, l’unanimità delle forze politiche “faceva sperare che si volessero capire non soltanto le manifestazioni criminali della mafia, ma anche le sue radici sociali, politiche ed economiche. E che finalmente si ponesse mano, senza più ipocrisie o trucchi, allo scioglimento del nodo che costituisce il cuore del potere mafioso: il suo intrecciarsi con pezzi del potere legale, dalla politica all’economia alle istituzioni”. Dopo due anni, dal 1992, gli ostacoli al lavoro degli inquirenti dell’antimafia non tardarono ad arrivare. Il mandato alla magistratura e alle forze dell’ordine affinchè intervenissero quando la violenza mafiosa ha superato certi limiti, è stato di un paio di anni. “Accadde così al pool di Falcone. Si ripetè per la Procura di Palermo del dopo-stragi. E tutto ciò perché la procura, nonostante alcuni ‘amichevoli’ inviti, non intendeva dimenticare che la legge è uguale per tutti e che l’azione penale è obbligatoria”. Ma finchè si è indagato su capimafia, tipo Riina, tutto è andato bene, quando ci si è occupati di “imputati eccellenti”, sono cominciati i guai, cioè l’ostruzionismo, detto con un eufemismo. Il potere della mafia non è nella sua struttura gangerisitica (peraltro le organizzazioni criminali hanno generalmente vita relativamente breve).Il potere mafioso sta nelle complicità e nelle coperture, le cosiddette ‘relazioni esterne’, non solo  nella politica e il mondo dell’economia, ma anche con parti consistenti della società che al mondo della mafia dovrebbe essere estraneo e ostile. Ma ciò non avviene perché, come abbiamo visto, la mafia non si presenta più come un fenomeno marginale, ma inserendosi nei circuiti legali non si pone più come difetto della società. “Umberto Santino, anima del Centro di documentazione Peppino Impastato, parla spesso di ‘borghesia mafiosa’, che non significa che tutta la borghesia (siciliana e non) sia mafiosa, ma che una quota consistente di essa con la mafia ci convive, ci fa affari e non vuole rinunciare a farlo. Quindi, ecco che ‘l’altruità’ [ 'altrui' nel significato di proprietà di altri, cioè tutto ciò che riguarda la mafia] della mafia rispetto al contesto sociale si fa più difficile. L’interfaccia rispetto a quello che sostiene Salvatore Lupo (storico di mafia tra i più qualificati), secondo cui i risultati del contrasto alla mafia sono stati ottenuti da una minoranza (di uomini delle istituzioni, della politica e della società), minoranza che appena possibile si cerca di isolare, perché in settori dell’imprenditoria e della politica, del sistema finanziario ed economico c’è una vera e propria ‘richiesta di mafia’”. Con questo non si vuol dire che tutti fanno affari con la mafia, ovviamente, ma che le organizzazioni mafiose intrecciano i loro affari con il tessuto sociale, culturale ed economico di un Paese, in questo caso l’Italia, se vi trovano terreno fertile. Perciò il concetto di ‘convergenza di interessi’, che abbiamo già visto, si applica ad una varietà di situazioni più o meno vistose e, quindi, in diversa misura perseguibili dalla legge. Comunque, molti magistrati e giudici hanno combattuto e combattono il fenomeno mafioso.

Manuela.

Scritto da Manuela

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