Mercato del lavoro e società

Governo e parti sociali, per ora, accantonano la riforma dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, che non sarà nel decreto sulle liberalizzazioni previsto per la prossima settimana. Ma non è detto che l’art. 18, per il governo e i sindacati, non torni a essere un tema su cui confrontarsi. La discussione riguarda il contratto unico, [...]

14 gennaio 2012

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 Mercato del lavoro e società

Governo e parti sociali, per ora, accantonano la riforma dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, che non sarà nel decreto sulle liberalizzazioni previsto per la prossima settimana. Ma non è detto che l’art. 18, per il governo e i sindacati, non torni a essere un tema su cui confrontarsi. La discussione riguarda il contratto unico, cioè un nuovo assetto normativo che permette alle aziende di stipulare con i lavoratori contratti a tempo indeterminato, in cui è previsto il licenziamento per motivi economici. In tal caso l’azienda si impegna a tutelare il lavoratore erogando una somma di denaro a scalare dal primo al terzo anno di disoccupazione. Questa è la proposta presentata da Pietro Ichino che, in linea con il sistema adottato in molti paesi europei, armonizza flessibilità sicurezza. La riforma dell’art. 18 rappresenterebbe un primo passo per l’avvio di una riforma del mercato del lavoro che sembra davvero necessaria. Infatti, le istituzioni dovrebbero aver presente l’attuale situazione di precarietà lavorativa, conseguenza dei cambiamenti nel sistema economico, sociale e culturale. L’instabilità occupazionale non riguarda solo le classi meno abbienti, i meno istruiti, le donne o gli immigrati, ma interessa diversi gruppi sociali. Dalle condizioni di precarietà dipendono le scelte e i comportamenti individuali, come, per esempio, in Italia, il prolungamento della permanenza dei giovani nella famiglia di origine. Tra gli effetti di questo fenomeno si può includere la stagnazione di modelli culturali e familiari non in linea con i cambiamenti sociali e culturali che, invece, interessano i paesi scandinavi. Lì le istituzioni garantiscono una copertura dei rischi sociali a tutti sulla base del diritto di cittadinanza e non sul criterio contributivo, in cui le tutele dipendono dalla posizione che un individuo occupa nel mercato del lavoro.  Inoltre, è prevista una tutela per ogni fase della vita dei cittadini, dalla scuola all’inserimento nel mondo del lavoro, nel passaggio da un’occupazione ad un’altra. In questo sistema i giovani hanno maggiori opportunità di vivere autonomamente e, se lo decidono, di costruire nuove famiglie su basi e presupposti completamente diversi da quelli della famiglia di provenienza. La disoccupazione, la precarietà lavorativa, l’efficienza di programmi per il reinserimento nel mercato del lavoro e di riqualificazione dei disoccupati, sono connessi al modo in cui gli Stati agiscono per risolvere tali questioni. Per esempio, in Italia, si investono molti soldi nel settore previdenziale, le pensioni, e molto meno per le politiche del lavoro e per la famiglia, intendendo con questo termine tutti i tipi di famiglia, non solo quella formata dal matrimonio, perciò: monogenitoriale, single, ricostruita dopo un divorzio o una vedovanza e di fatto. A tale proposito c’è anche da dire che spesso gli aiuti, sotto forma di prestazioni economiche e servizi, vengono sì elargiti alle famiglie, però quelle formate dal matrimonio e con molta discrezionalità. Infatti, dal rapporto annuale della Guardia di Finanza sugli sprechi, risulta che una famiglia su tra di quelle povere ha dichiarato il falso e beneficiato di asili, mense e università gratis. Sono quattromila i nuclei familiari individuati dalla GdF per false dichiarazioni fiscali al fine di ottenere i benefici previsti per i meno abbienti (da ‘l’Unità’ del 19 dicembre scorso).

La questione da affrontare non riguarda solo l’art. 18, per il quale una proposta di revisione era già stata avanzata nel 2001, con la pubblicazione da parte del governo del Libro bianco sul mercato del lavoro. E, nel 2002, Marco Biagi, giuslavorista, uno dei principali artefici del Libro bianco, venne assassinato dalle brigate rosse. In realtà, come è stato già evidenziato, esiste una categoria di lavoratori super tutelati ed esistono molti lavoratori che non sono affatto tutelati. Così come ci sono gruppi sociali super rappresentati nello spazio pubblico e quelli che non lo sono per niente: giovani e meno giovani, diplomati e laureati, portatori di valori e una visione del mondo del tutto nuovi rispetto a quelli delle vecchie generazioni. Essi non hanno voce, perché non hanno un reddito sufficiente per poter vivere autonomamente. Un paese che invecchia non garantisce la pensione ai giovani né il clima culturale adatto per impegnare tutte le proprie forze volte al cambiamento, per migliorare l’Italia e realizzare se stessi. Il dibattito sull’art. 18 fa emergere una realtà tanto evidente quanto fastidiosa per alcuni: le disparità che ci sono, in Italia, tra individui e individui, tra gruppi sociali privilegiati e parassiti (nessun riferimento alla politica, poiché il parassitismo come i comportamenti basati sul rispetto reciproco sono fenomeni presenti in tutte le classi sociali) e altri che, pur avendo dato molto a questo paese, non hanno avuto né hanno nessun riconoscimento e, a volte, nemmeno una remunerazione adeguata. Parliamo, oltre che di numerose professioni mal pagate e disconosciute socialmente (insegnanti, giornalisti, magistrati, ecc.), dei laureati/e, i giovani e di tutti coloro che si impegnano ogni giorno per non cedere al lassismo, all’indifferenza e all’opportunismo diffusi. Cioè, quelli che studiando, lavorando in vari settori e mettendoci del proprio hanno fatto e fanno il possibile e, a volte, l’impossibile (per esperienza chi scrive può confermare che ciò che appare impossibile può diventare possibile) per non sprofondare con le anime, morte, cioè coloro che prendono da questo paese senza dare nulla in cambio. Se dobbiamo fare dei sacrifici, che siano per tutti, senza indennizzi per nessuno. Possiamo superare ulteriori difficoltà, ma non possiamo né vogliamo cedere alle ingiustizie.

Manuela.

Scritto da Manuela

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