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‘Più giustizia, più Europa’, per i cittadini dei Paesi dell’UE.
Ulrich Beck è un sociologo tedesco, insegna alla London School of Economics e ha scritto un articolo pubblicato oggi dal quotidiano ‘La Repubblica’, in cui fa un raffronto tra la crisi politica che ha interessato i Paesi europei negli anni settanta e la crisi politica ed economica odierna. “La parola d’ordine di allora ‘Cambiamento tramite [...]
20 agosto 2011
Ulrich Beck è un sociologo tedesco, insegna alla London School of Economics e ha scritto un articolo pubblicato oggi dal quotidiano ‘La Repubblica’, in cui fa un raffronto tra la crisi politica che ha interessato i Paesi europei negli anni settanta e la crisi politica ed economica odierna. “La parola d’ordine di allora ‘Cambiamento tramite ravvicinamento’ – oggi potrebbe suonare così: ‘Più giustizia con più Europa’. In entrambi i casi si tratta del superamento di una frattura: allora tra Est ed Ovest, oggi tra Nord e Sud. L’Europa è una comunità di destino, ripetono instancabilmente i politici. Lo è fin dalla sua fondazione. L’Unione Europea è un’idea sorta dalla devastazione fisica e morale successiva alla Seconda guerra mondiale. L’Ostpolitik era l’idea di attenuare la Guerra Fredda e di perforare la Cortina di ferro. Diversamente dagli Stati e dagli imperi che celebravano la loro origine nei miti e nelle vittorie eroiche, l’Unione Europea è un’istituzione governativa transazionale, generata dall’agonia, dalla disfatta e dall’orrore dell’Olocausto. Ma che cosa significa oggi la ‘comunità di destino europea’ come nuova esperienza generazionale, quando non sono più in questione la pace e la guerra? E’ la minaccia esistenziale prodotta dalla crisi della finanza e dell’euro a rendere gli europei consapevoli del fatto che non vivono in Germania, in Italia o in Francia, ma in Europa. La gioventù europea sperimenta per la prima volta il suo ‘destino europeo’: più istruita che mai, è frustrata nelle sue aspettative dalla stagnazione del mercato del lavoro provocata dalla bancarotta di Stato e dalla crisi economica incombenti. Un quinto della popolazione europea sotto i 25 anni è disoccupato. In tutte le proteste giovanili dove il precariato intellettuale ha innalzato i suoi accampamenti e ha fatto sentire la sua voce, risuonano le rivendicazioni di giustizia sociale, portate avanti in Spagna Portogallo, ma anche in Tunisia, Egitto e Israele (diversamente che in Gran Bretagna) in modo non-violento e nondimeno potente. L’Europa e la sua gioventù uniscono la loro rabbia nei confronti di una politica che salva le banche con somme di denaro superiori a qualsiasi capacità di immaginazione, ma in questo modo mette in gioco il loro destino. Se la speranza della gioventù europea viene sacrificata alla crisi dell’euro, quale futuro rimane a un’Europa che diventa sempre più vecchia? In ogni caso, la crisi finanziaria un effetto l’ha avuto: tutti (anche gli esperti e i politici) sono stati catapultati in un mondo che nessuno capisce. Per quanto riguarda le reazioni politiche, si possono contrapporre due scenari estremi: uno scenario hegeliano, nel quale, con le minacce prodotte dal capitalismo del rischio mondiale, la ‘astuzia della ragione’ ottiene un’opportunità storica. L’imperativo cosmopolitico è questo cooperare o fallire, vincere insieme o perdere da soli. Nello stesso tempo, però, l’incontrollabilità delle crisi finanziarie (e del mutamento climatico e dei movimenti migratori) dischiude anche uno scenario alla Carl Schmitt [giurista e studioso, nel 1927 scrisse 'Il concetto di politico', sul rapporto amico/nemico come criterio costitutivo della dimensione del 'politico'],un gioco di strategia del potere che, con la normalizzazione dello stato d’eccezione planetario, spalanca le porte ad una politica etnica e nazionalistica. Che si realizzi l’uno o l’altro modello, comunque non si potrà sfuggire alla ‘comunità di destino’, poiché il capitalismo del rischio mondiale, qualsiasi cosa facciamo, crea nuove strutture e vincoli esistenziali, al di là delle frontiere nazionali, etniche, religiose e politiche. Con la crisi dell’euro e l’ombrello protettivo per i Paesi del Sud-Europa si è sviluppata una logica conflittuale di tipo schmittiano tra Paesi creditori e Paesi debitori. I Paesi creditori sono costretti ad attuare al proprio interno programmi di risparmio e per questo impongono ai Paesi debitori dolorosi giri di vite politici. Invece, i Paesi debitori si vedono sottoposti a un diktat dell’Ue che lede la loro indipendenza e dignità nazionale. Entrambe le cose fomentano l’odio per l’Europa in Europa, dal momento che l’Europa appare a tutti un mucchio di pretese”. Se la crisi del capitalismo è la realtà e non potrebbe essere altrimenti, non rimane che proclamare: “Più giustizia con più Europa”, che è anche un appello alla solidarietà tra Paesi. “A suo tempo il discorso dell’avvicinamento al blocco comunista era stato demonizzato da molti come tradimento della patria; analogamente, oggi l’auspicio di ‘più Europa’ è uno schiaffo in faccia all’orgoglio nazionalistico”. Ma tale auspicio, più che uno smacco, sembra portare la soluzione alla crisi economica e politica dei Paesi europei.
Manuela.













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