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Qualità della vita: orientamenti e valori della post-modernità
Alcuni studi dalla metà degli anni ’70 si sono concentrati sul cambiamento dei valori nelle nazioni occidentali. Tali cambiamenti riguardano i temi della qualità della vita e dell’autorealizzazione personale, del soddisfacimento intellettuale che vanno a sostituire quelli della sicurezza economica marcando il passaggio da una prospettiva materialista ad una post-materialista. La teoria formulata da Inglehart [...]
13 giugno 2011
Alcuni studi dalla metà degli anni ’70 si sono concentrati sul cambiamento dei valori nelle nazioni occidentali. Tali cambiamenti riguardano i temi della qualità della vita e dell’autorealizzazione personale, del soddisfacimento intellettuale che vanno a sostituire quelli della sicurezza economica marcando il passaggio da una prospettiva materialista ad una post-materialista. La teoria formulata da Inglehart si basa sul cambiamento delle condizioni di vita negli anni formativi. Le generazioni del dopoguerra non hanno vissuto le difficoltà dei loro genitori e sono più orientate ad apprezzare vantaggi non materiali. Da questa teoria deriva che nelle nazioni occidentali ci dovrebbe essere una forte differenza tra gli orientamenti dei giovani e degli anziani e che il numero di chi assume una scala di valori secondo i dettami post-materialisti sia maggiore nei paesi ricchi che in quelli in via di sviluppo. E’ difficile rilevare empiricamente queste ipotesi. Tuttavia, le ricerche compiute per rilevare concetti come ‘la qualità della vita’ iniziano a interessare gli studiosi dagli stessi anni in cui è stata formulata la teoria di Inglehart. Infatti, “negli anni ’70, negli Stati Uniti,venne introdotto il termine Qdv (qualità della vita) per indicare un nuovo filone di studi […] che nasce dalla coscienza delle nocività delle società industriali” (‘Qualità della vita: dai modelli alle ricerche empiriche’, G. Di Franco, in ‘Dimensioni sociali e territoriali della qualità della vita’, S. Vergati, 1989) e si sviluppa criticandone i valori dominanti. Gli studi prendono vita coinvolgendo l’ambito economico e sociologico e aprono la strada all’elaborazione di metodologie per stabilire dei criteri di valutazione di un concetto generico come quello di qualità della vita: “La Qdv può essere operativizzata con due classi di variabili: una che riguarda i valori, le aspirazioni e i bisogni degli individui la seconda inerente allo stile di vita e agli orientamenti”. Per alcuni studiosi la valutazione del grado di qualità della vita si esprime anche valutando la distanza esistente tra la vita reale e quella attesa. Inoltre, la valutazione può essere effettuata su un gruppo sociale o su un’intera nazione. E’ importante considerare che “gli indicatori che vengono proposti in questo nuovo ambito di studi non hanno come oggetto le aree di rilevanza sociale, bensì l’individuo e le sue aspirazioni, desideri, frustrazioni nelle varie sfere della vita […] Le ricerche condotte da Campbell, Converse, Rogers dimostrano d’altro canto la debole relazione tra benessere oggettivo (o materiale) e benessere soggettivo (o percepito), evidenziando le insufficienze di un modello prevalentemente economico-quantitativo [PIL], basato su indicatori ‘oggettivi’, nella rilevazione della Qdv”. La teoria secondo cui con il raggiungimento del benessere materiale cambiano i valori e gli orientamenti e le aspettative potrebbe essere una valida prospettiva di ricerca che, tra l’altro, per l’anno 2011, il Cnel e l’Istat, stanno effettuando nello specifico sugli indicatori della Qdv. Dunque, se con l’aumentare del benessere economico aumentano le aspettative nelle varie sfere della vita, occorre valutare se i vari ambiti di lavoro, del sociale, e della politica siano adeguati a soddisfarle. I giovani che si formano negli istituti scolastici e nelle università hanno un bagaglio di competenze e conoscenze che non riscontrano nella realtà sociale e lavorativa perciò non trovano nessuna occasione concreta per indirizzare i loro sforzi e realizzare i loro progetti, sulla scorta di ciò che hanno imparato. Inoltre, come precisava F. La Cecla su La Repubblica, qualche settimana fa, parlando dell’occupazione giovanile in Italia: “Con la disoccupazione giovanile più alta d’Europa, l’Italia è un paese che sfrutta e delude i giovani, li frustra e mostra loro un modello dove per fare un lavoro di responsabilità occorre farsi corrompere dai vecchi al potere e assumere le loro logiche”. Un altro aspetto importante è la disuguaglianza di genere che, come sappiamo, in parte è riprodotta dai meccanismi familiari, in parte riprodotta nella politica in cui la rappresentanza femminile deve migliorare, nel sociale dai media, ad esempio, e nel lavoro, in cui sono maggiormente le donne a lavorare con contratti ‘atipici’. Potremmo inoltre ipotizzare, che le donne hanno maggiori aspettative degli uomini. Infatti, il genere femminile, dalla seconda metà del secolo scorso ha lottato e vinto molte battaglie per l’emancipazione, l’indipendenza economica, per vedere riconosciuti i propri diritti, per il rispetto e la visibilità in ambito familiare, sociale e politico e, in base alla teoria menzionata, le donne dovrebbero avvertire più degli uomini il miglioramento delle loro condizioni di vita e di conseguenza avere delle aspettative maggiori per il futuro. Dunque, la valutazione effettiva della Qdv metta in luce molte problematiche. Il modello organizzativo burocratico, il sistema del mercato del lavoro spostano gli obiettivi e i criteri valutativi verso approcci quantitativi che prediligono la ricchezza economica a scapito del concetto di Qdv così come lo abbiamo descritto, tendendo all’omologazione degli stili di vita e delle aspettative, gettando fumo negli occhi. Vedremo, quali possibili scenari e soluzioni si possono prospettare.
Manuela.













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