Quando i giovani si escludono.

In Italia, attualmente, i risultati delle ricerche Istat registrano 8 milioni di poveri e 2 milioni di giovani che non studiano e non lavorano (da ‘il Fatto quotidiano’ del 20 gennaio). Perché nel nostro Paese ci sono tanti giovani che non studiano e non lavorano? Per ipotesi, con un buon livello di approssimazione alla realtà, [...]

21 gennaio 2012

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 Quando i giovani si escludono.

In Italia, attualmente, i risultati delle ricerche Istat registrano 8 milioni di poveri e 2 milioni di giovani che non studiano e non lavorano (da ‘il Fatto quotidiano’ del 20 gennaio). Perché nel nostro Paese ci sono tanti giovani che non studiano e non lavorano? Per ipotesi, con un buon livello di approssimazione alla realtà, si possono attribuire le cause di questa inattività al difficile posizionamento all’interno del mercato del lavoro sia per i giovani sia per i meno giovani. E’ possibile che le difficoltà scoraggino l’intraprendenza, il continuo mettersi in gioco, proponendosi per ricoprire ruoli e svolgere mansioni relativi agli incarichi desiderati. Tuttavia, la crisi occupazionale che è il fattore principale, pare essere soltanto uno dei motivi di questa impasse giovanile. Per sentirsi e, poi, in definitiva, essere inseriti nel più ampio contesto dei rapporti sociali che, al di là della famiglia, comprende la società civile, occorre partecipare alla vita pubblica. Il fatto di non lavorare, non impegnarsi nello studio o in altre attività che abbiano una dimensione collettiva sembra l’espressione della volontà di autoescludersi dal contesto politico, culturale e sociale in cui i giovani sono cresciuti. Un Paese che  ha trasmesso loro valori e orientamenti, a volte opinabili, ma che rappresentano comunque delle responsabilità di attivazione, per modificarli e migliorarli o per trasmetterli tali e quali nel caso siano in sintonia con le proprie convinzioni personali. I fattori che influenzano questo stallo generazionale sono molti e, certo, la tradizionale propensione, tipicamente italiana, a mantenere le cose come stanno non aiuta.

Le istituzioni, il governo e le parti sociali, dovrebbero fare di più in merito, attuando riforme del mercato del lavoro, utilizzando le risorse che hanno per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, adottando linee guida e principi generali da applicare a livello nazionale. Un altro ostacolo al cambiamento è rappresentato dal sistema familistico. La famiglia funge da ammortizzatore sociale per il rischio disoccupazione giovanile. Da una parte rappresenta un rifugio per le nuove generazioni, ma è una protezione che può trasformarsi in una trappola che impedisce l’attivazione, necessaria ai giovani affinché raggiungano una completa autonomia, che impedisce anche il rinnovamento e la formazione di nuovi gruppi sociali con relativi rappresentati politici per chiedere un cambiamento. Ciò che  ai giovani si prospetta e appare desiderabile, è il fatto di riuscire ad acquisire le stesse garanzie che hanno avuto i loro genitori, come un posto fisso a deresponsabilizzazione crescente in cui è poco apprezzato il contributo personale. Ma questa è un’illusione non soltanto perché le condizioni del mercato del lavoro sono cambiate, ma anche perché, spesso, non è quello che le nuove generazioni vogliono realmente. I giovani e tutti quelli che desiderano impegnarsi e vivere al meglio la propria vita, dovrebbero chiedere lavoro alle istituzioni, ma dovrebbero anche dimostrare di essere capaci di partecipare alla vita sociale, di lavorare superando i particolarismi, i conflitti e le pretese egemoniche individuali, per collaborare, insieme. Ciò sarebbe una bella prova, davanti alla quale anche i più conservatori farebbero: ‘chapeau’.

Manuela.

Scritto da Manuela

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