Situazione economica italiana: chi deve fare sacrifici?

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E’ di oggi un articolo di Michele Salvati sulla situazione economica e politica italiana, pubblicato dal ‘Corriere della Sera’, che comincia così: “Forse il guasto maggiore prodotto da chi ha governato l’Italia in questi ultimi dieci anni è stato quello di non aver fatto capire agli italiani quanto compromessa fosse la situazione che la Seconda [...]

20 luglio 2011

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320af060ede0d22a Situazione economica italiana: chi deve fare sacrifici?

E’ di oggi un articolo di Michele Salvati sulla situazione economica e politica italiana, pubblicato dal ‘Corriere della Sera’, che comincia così: “Forse il guasto maggiore prodotto da chi ha governato l’Italia in questi ultimi dieci anni è stato quello di non aver fatto capire agli italiani quanto compromessa fosse la situazione che la Seconda Repubblica aveva ricevuto dalla Prima, quanto difficili fossero le riforme necessarie ad allinearci con i nostri grandi partner europei e soprattutto quanto lungo fosse il tempo necessario affinchè queste riforme sbloccassero il ristagno economico in cui eravamo caduti”. Infatti, noi cittadini italiani non abbiamo capito molto del motivo per il quale la nostra economia e il nostro Paese, da un punto di vista culturale, sociale, politico, si sia ridotto così. L’articolo prosegue e si concentra su un punto che interessa concretamente tutti: il Governo chiederà a noi cittadini maggiori sacrifici, come se non bastassero quelli che già abbiamo fatto e facciamo. Infatti, il giornalista si chiede ‘chi andrà a dire agli italiani che li aspetta un lungo periodo di vacche magre e di sacrifici, e, poi, come saranno distribuiti?’ La domanda che sorge spontanea è perché non si cita mai la criminalità organizzata come fattore che influenza negativamente la nostra economia? Sappiamo che vengono sperperati molti soldi pubblici per estorsione, usura, evasione fiscale connessa a questi fenomeni criminali, appalti in mano alla mafia, decrescita dell’impresa sana nei territori a forte incidenza mafiosa. Lo Stato e le Istituzioni dovrebbero stare più col fiato sul collo alle organizzazioni criminali che ai cittadini. Infatti, ci stanno col fiato sul collo alle organizzazioni criminali, ma forse se ne parla poco, invece si pensa che sia importante che i cittadini riacquistino fiducia nelle leggi di uno Stato democratico, quale è il nostro e nella legalità. Da qualche mese le pubbliche amministrazioni e gli operatori economici aggiudicatari di appalti pubblici sono alle prese con una nuova normativa in materia di tracciabilità dei flussi finanziari, volta a prevenire le infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici. Il meccanismo, assicurato dalla norma, permette di tracciare i flussi e le movimentazioni di carattere finanziario inerenti ai rapporti con la Pubblica amministrazione. E’ “la legge n.136/10, rubricata “Piano straordinario contro le mafie, nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia” e la successiva legge n.217/10, di conversione del decreto legge n.187/10, contente norme di semplificazione e interpretazione dell’obbligo di tracciabilità dei flussi finanziari relativi ai lavori, ai servizi e alle forniture pubbliche” (dal ‘Sole 24 ore’ di oggi). L’argomento necessita di approfondimenti. Qui, però, vogliamo dire che il fattore criminalità organizzata influisce sull’economia italiana arrecando danni e, sebbene non si possa valutare quantitativamente il rapporto tra mafia ed economia perché la criminalità organizzata, ovviamente, non fornisce dati, si può tenere conto di questo problema analizzandolo da vari punti di vista: giuridico, economico (relativamente alle teorie economiche), sociale e culturale. Giovanni Falcone nel 1991, cioè un anno prima di essere ucciso dalla mafia, disse: “Non è retorico né provocatorio chiedersi quanti altri coraggiosi imprenditori e uomini delle istituzioni dovranno essere uccisi perché i problemi della criminalità organizzata siano finalmente affrontati in modo degno di un Paese civile” (‘Giovanni Falcone, interventi e proposte (1982-1992)’, Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, 1994. I problemi sono ‘della criminalità organizzata’ e causati ‘dalla criminalità organizzata’. Ci sembra importante precisare questo. I magistrati di Palermo, Falcone e Borsellino, hanno istruito il maxiprocesso a Cosa nostra e “hanno saputo liberarsi del retaggio culturale che ha condannato i migliori alla rassegnazione. “Invece di guardare Cosa nostra attraverso il filtro di una concezione ideologica che riconosce alla mafia potenza e grandezza ineluttabili, hanno fatto riferimento a strumenti culturali, giuridici e sociologici più aggiornati e razionali. Mai è venuta meno nel lavoro di Giovanni Falcone questa ispirazione neo-illuminisitca, questa concezione laica e razionale, antifatalista, delle possibilità del significato e della propria professione di amministratore della giustizia. Oggi, a due anni dalla morte di Falcone, possiamo affermare che il suo sacrificio non è stato vano. Il giudice Falcone non è morto solo, come un eroe dell’antichità che si è battuto per mettere alla prova la propria eccellenza personale, e per lui non hanno pianto solo parenti e amici, ma piuttosto è caduto un moderno difensore della polis democratica: ‘Piangono per lui sia il giovane sia l’anziano, sia il potente sia il povero, e tutta la città è pervasa dalla triste nostalgia di lui’” (Pino Arlacchi, in ‘Giovanni Falcone, interventi e proposte (1982-1992)’, Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, 1994). E’ bene ricordare che la criminalità organizzata, per quanto possa diffondersi, non è e non sarà mai lo Stato, ma un elemento marginale, circoscritto nel tempo e in una determinata società.

Manuela.

Scritto da Manuela

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