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Teorie e proposte per uscire dal precariato.
Le soluzioni per uscire dal precariato, proposte da Stefano Fassina, scaturiscono, come per Pietro Ichino, da analisi teoriche. “Io credo che la questione dell’occupazione, cioè della quantità e della qualità dell’occupazione, sia fondamentalmente una questione ‘macroeconomica’ e non una questione ‘microeconomica’ come siamo abituati a pensare negli ultimi vent’anni. Per questo motivo tendo ad attribuire [...]
24 agosto 2011
Le soluzioni per uscire dal precariato, proposte da Stefano Fassina, scaturiscono, come per Pietro Ichino, da analisi teoriche. “Io credo che la questione dell’occupazione, cioè della quantità e della qualità dell’occupazione, sia fondamentalmente una questione ‘macroeconomica’ e non una questione ‘microeconomica’ come siamo abituati a pensare negli ultimi vent’anni. Per questo motivo tendo ad attribuire meno rilevanza ai problemi della regolamentazione”, dice Fassina, precisando che tali problemi non sono comunque trascurabili. “La devastante crisi che ci ha investito è stata preceduta da un trentennio in cui il lavoro, in particolare il lavoro economicamente dipendente, al di là della configurazione giuridica che ha assunto, è arretrato sia in termini di retribuzione, che in termini di diritti e di status sociale. […] Il punto fondamentale che dobbiamo comprendere è che la precarietà dei giovani è la versione più acuta di un malessere che ha riguardato tutto il mondo del lavoro. I giovani non sono altro che la punta dell’iceberg di un fenomeno generale e strutturale: se noi non riusciamo a dare dignità al lavoro nel suo complesso non riusciremo nemmeno a sanare quelle patologie sociali più stridenti che al degrado del lavoro sono comunque collegate”. L’attenzione si sposta sul costo del lavoro: “Se noi guardiamo i dati relativi all’Italia vediamo che c’è una concentrazione enorme di contratti precari nelle microimprese (quelle da 1 a 5 dipendenti), le quali hanno una quota di questi contratti doppia e spesso tripla rispetto alle imprese sopra i 15 dipendenti che applicano l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Questi dati indicano chiaramente che il problema non è la difficoltà al licenziamento. Il problema è il costo del lavoro, che è enormemente più basso nei contratti precari. Noi siamo uno dei pochissimi casi dei paesi sviluppati che fa pagare meno il lavoro precario rispetto al lavoro stabile”. Per Piergiovanni Alleva il problema del precariato “è principalmente un problema di illegalità diffusa. In Italia il 70-80 per cento delle assunzioni avviene ormai con contratti precari, di vario tipo, ma tutti unificati dal fatto di essere contratti a termine, oppure sotto forma di un finto rapporto autonomo. La prima cosa della quale dobbiamo convincerci è la falsità della spiegazione del precariato che ci è stata fornita in maniera acritica dai media. Secondo questa vulgata l’economia moderna sarebbe un’economia fatta di occasioni che compaiono e scompaiono, di opportunità volatili che bisogna saper cogliere, di piccole nicchie di ‘occupabilità transuente’; per cui il precariato sarebbe un destino ineludibile e le tutele sociali dovrebbero essere costruite fuori dal rapporto di lavoro. Sono tutte falsità, come ben sanno tra l’altro tutti gli avvocati del lavoro: a nessuno capita mai di impugnare un singolo contratto a termine o un contratto di somministrazione isolato; il precario è sempre una persona che di rapporti precari ne ha collezionati moltissimi, e per lo più sempre con la medesima azienda. Siamo ormai di fronte a un’illegalità dichiarata, quasi ostentata”. Questi contratti avvantaggiano il datore di lavoro che ha meno costi e mantiene il dipendente in una condizione di paura e di sottomissione. L’illegalità come si combatte? “Certamente non con il Collegato lavoro 2010 approvato dal Governo,secondo il quale tutte le illegittimità di tutti i contratti precari passati sarebbero automaticamente cancellate con un colpo di spugna […] La cosa peggiore della nuova legislazione è che in futuro il lavoratore precario si troverà nell’impossibilità di ribellarsi, perché una norma assolutamente incostituzionale dice che il lavoratore precario avrà 60 giorni dalla fine del rapporto di lavoro per impugnarlo”. Il lavoratore precario, a cui è scaduto il contratto, attende che gli venga rinnovato e non manda entro 60 giorni la lettera di impugnazione. Questa norma non è giusta nei confronti dei lavoratori precari. Un’altra soluzione all’illegalità è l’anagrafe del lavoro pubblica, in cui, tramite i centri per l’impiego, siano note, le caratteristiche delle aziende e quanti sono i lavoratori a termine, affinchè sia verificabile da parte degli ispettori, la struttura del lavoro delle aziende. Le citazioni da ‘Le vie d’uscita dalla precarietà’, in ‘MicroMega’, 4/2011.
Manuela.













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